Mostra Andrea Appiani
Programma - giovedì 13 novembre 2025
La Mostra a Palazzo Reale - Milano
Prenotazioni dal 15 ottobre 2025
ore 9.20 - Ritrovo alla MM di Gorgonzola - partenza con la metro delle ore 9.40 circa.
ore 10.30 ritrovo davanti a Palazzo Reale
ore 10.45 inizio della visita guidata
Minimo 15 persone – Massimo 25 persone
Costo €. 20 solo gli Iscritti UTL
Comprensivi di ingressi e guida
Per eventuali comunicazioni, rivolgersi a:
Marisa 335 6704151
MariaTeresa 338 4255158
MariaChiara 338 5320660
AnnaMaria 349 8603701
Andrea Appiani è considerato il più importante pittore su cavalletto dell’Italia settentrionale e uno dei migliori frescanti europei del suo tempo. La mostra vuole invitare il pubblico ad apprezzare un neoclassicismo italiano che trae spunto tanto dalla pittura rinascimentale e seicentesca quanto dall’antichità greco-romana. Appiani fu anche un testimone impegnato dell’ascesa politica di Napoleone Bonaparte. Accogliendo la causa del generale in capo fin dal suo arrivo a Milano nel maggio del 1796, il pittore fu, nella capitale della Repubblica Cisalpina e poi del Regno d’Italia, il più importante interlocutore artistico della nuova autorità.
Formatosi tra l’altro all’Accademia Ambrosiana e poi a quella di Brera, Appiani iniziò la sua carriera con i dipinti a olio per la chiesa parrocchiale di Caglio e poi con l’affresco del soffitto di un palazzo privato. Dipinse figure per le scenografie del Teatro alla Scala di Milano e di Firenze e poi per tele decorative nel Palazzo Arciducale (poi Reale) di Milano, allora sotto il dominio austriaco. Gli anni Ottanta del Settecento videro la sua carriera decollare con commissioni ambiziose per esponenti della nobiltà milanese – come la Storia d’Europa per il conte Castelbarco – e per chiese.
Nel 1791, un’importante commissione per il santuario milanese di Santa Maria dei Miracoli lo spinse a partire per un lungo soggiorno di perfezionamento e scoperta a Roma, lui che solo raramente si era allontanato da Milano.
La vasta impresa del futuro Palazzo Reale aveva lo scopo di ornare il perimetro del piano intermedio della sala da ballo dell’edificio che era allora sede ufficiale del potere. Questo ciclo presentava una selezione di episodi, principalmente militari, ma anche politici, dalla prima campagna italiana del 1796 all’attacco di rue Saint Nicaise del 24 dicembre 1800, per poi estendersi alla vittoria di Friedland del 14 giugno 1807. Le pitture scomparvero durante i bombardamenti che colpirono Milano nell’agosto del 1943. La serie comprendeva 35 tempere su tela in grisaglia bianca e grigia, che simulavano bassorilievi. Ogni tela misurava dai 2,5 ai 3 metri di lunghezza, formando un fregio complessivo di quasi cento metri. Ispirata all’ode A Bonaparte Liberatore di Ugo Foscolo, la parte più importante del ciclo celebrava il fondatore della Repubblica. Fu svelato il 26 giugno 1803, in occasione della festa nazionale. Per divulgare le invenzioni di Appiani, Napoleone, dopo essere diventato imperatore, ordinò che dai dipinti venissero tratte 35 incisioni. L’operazione, realizzata mediante l’uso dell’acquaforte da parte di alcuni rinomati incisori, fu supervisionata da Giuseppe Longhi, professore di incisione all’Accademia di Brera. L’energia ardente, il senso della teatralità e della sintesi, i ritmi selvaggi, la solennità delle scene ufficiali smentiscono l’identificazione esclusiva di Appiani con il “pittore delle grazie”. Una sezione della mostra è dedicata a questa impresa.
Nel percorso espositivo anche una sezione sui ritratti. Nel 1781 Appiani ricevette l’incarico di realizzare un ritratto postumo della prima moglie del conte Pietro Verri, illustre cofondatore della Società dei Pugni, un circolo colto permeato dallo spirito illuminista. Da quel momento in poi iniziò la sua carriera di ritrattista negli ambienti aristocratici e nella borghesia “illuminata”. Contemporaneamente realizzò numerosi ritratti del suo entourage. Nominato nel 1805 primo pittore di Napoleone, re d’Italia, Appiani si distinse anche nel rappresentare i più importanti personaggi politici italiani. Appiani introduce diverse inflessioni nella pratica del ritratto in Italia: gli sfondi monocromi che mettono in risalto le effigi, la morbidezza delle linee e dei colori che addolciscono i contorni, le delicate sfumature che risaltano dal rigore neoclassico. Sorprendono gli accenti di modernità, come il carattere non finito e l’uso sporadico delle dita per stendere la materia (ritratto di Canova).
L’influenza di Appiani risentì del fatto che la parte più notevole delle sue opere era... immobile, collocata nei palazzi milanesi e, per giunta, andata in parte distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale. Fu coniugando l’eredità del passato con l’arte del presente che Appiani moltiplicò le decorazioni delle pareti e soprattutto dei soffitti e delle volte dei palazzi privati aristocratici o ufficiali, in composizioni di soggetto mitologico. Giuseppe Parini, poeta neoclassico e professore di letteratura all’Accademia di Brera – dove insegnò anche Appiani – fu sostenitore dei programmi iconografici più elaborati. Questa parte cruciale del lavoro di Appiani può essere resa nota solo attraverso disegni preparatori e, più eccezionalmente, cartoni in scala, in vista del loro trasferimento sulla parete per la pittura. I pochi esempi esposti, tratti dall’importante corpus grafico oggi rimasto (oltre 900 pezzi), permettono di “entrare” nello studio dell’artista.
Un ictus, nel 1813, segnò bruscamente la fine della carriera di Appiani, mentre l’artista lavorava alle decorazioni della Sala della Lanterna e dello studiolo di Palazzo Reale. In quest’ultimo caso, le pareti e le porte erano ornate da dipinti su tela. La malattia gli impedì di realizzare un grande progetto: un’Apoteosi di Napoleone per il soffitto della Sala delle Cariatidi. La fortuna artistica di Appiani è stata altalenante a seconda delle epoche: riconosciuto come il principale pittore neoclassico italiano, il suo nome è stato ed è ancora associato - almeno in Italia - a quello del grande scultore Canova, suo contemporaneo. D’altro canto, l’impegno napoleonico e la profonda evoluzione del gusto e dell’arte nel XIX secolo giocarono a suo sfavore. Oltre alla cerchia degli intenditori presso i quali la sua stima era mantenuta, è soprattutto con il rinnovato interesse per il neoclassicismo a partire dagli anni Ottanta che il suo valore è stato nuovamente riconosciuto.